Sabato 26 novembre (ieri) sono stato a Barcellona Pozzo di Gotto con i colleghi dell'associazione: nell'area ammassamento della protezione civile abbiamo montato il tendone 24x12 per il refertorio del personale della protezione civile.
In quell'occasione ho girato un filmato con la mia micro-cam (e un altro filmato l'ha girato il collega LF); peraltro ho anche pubblicato delle fotografie (direttamente dal cellulare su twitter).
Le foto sono una decina, e partono da questo link (slideshow), mentre i due filmati sono su Youtube:
In questi giorni dovrebbero anche organizzarsi delle partenze successive per dare una mano nella gestione della cucina ma, in questo caso, a causa dei miei impegni lavorativi in occasione del mese di dicembre, non sarò disponibile.
Il luogo (e lo spazio) dei deliri di un tecnico IT rimasto un bambinone nel profondo del cuore, se pur un orso nel profondo dell'intelletto.
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domenica 27 novembre 2011
mercoledì 23 novembre 2011
Alluvione, repeat
Dato che in Sicilia spesso le cose non si capiscono finché non ci scappa il morto, e qualche volta possiamo sostituire la forma "finché non" con l'equivalente "neppure dopo che". Messina, che vive una situazione idrogeologica veramente sulla lama del rasoio, che ha già visto varie alluvioni, che nel 2009 ha visto spazzare via buona parte della provincia sud-orientale, questa volta a distanza di due anni (e, come ci ha ricordato oggi Striscia la Notizia, dopo che un decreto per assegnare dei fondi è stato rimangiato a causa di un errore mai corretto) vede la parte nord-occidentale messa nei guai.
Sabato 26 novembre, giorno in cui in mattinata avrei dovuto lavorare, e nella serata dedicarmi probabilmente a dare una mano con la raccolta di derrate per il Banco Alimentare, invece ho dato la disponibilità per salire a Barcellona Pozzo di Gotto. Dobbiamo montare l'attrezzatura (un tendone con tavoli e panche) per realizzare il refertorio.
Sarà mia cura aggiornare dai luoghi, poi vediamo come si muovono le cose.
Sabato 26 novembre, giorno in cui in mattinata avrei dovuto lavorare, e nella serata dedicarmi probabilmente a dare una mano con la raccolta di derrate per il Banco Alimentare, invece ho dato la disponibilità per salire a Barcellona Pozzo di Gotto. Dobbiamo montare l'attrezzatura (un tendone con tavoli e panche) per realizzare il refertorio.
Sarà mia cura aggiornare dai luoghi, poi vediamo come si muovono le cose.
venerdì 11 novembre 2011
La fine del mondo?
La prossima data per la fine del mondo? Il 13/12/11 alle 11:12:13! Fatela girare anche sugli altri social #profezia2011 #131211-111213
[vediamo se riusciamo a lanciare il fenomeno]
[vediamo se riusciamo a lanciare il fenomeno]
lunedì 7 novembre 2011
L'effetto Kinect
Le console da videogioco negli ultimi anni sono migliorate tantissimo. E non parlo della qualità grafica o del livello di dettagli realistici dei videogiochi, bensì soprattutto del giocabilità stessa dei videogiochi.
Se prima si passavano i pomeriggi seduti sul divano con un joystick più o meno ingombrante fra le mani, adesso sempre più videogiochi lasciano gli utenti non solo spiazzati, ma soprattutto sudati, pieni di acido lattico e letteralmente doloranti al termine di una partita pesante.
Non parlo di realtà virtuale aumentata, bensì di un nuovo sistema di approcciarsi all'idea stessa del "game controller", rendendo l'utente parte integrante del controller stesso.
Ci sono stati vari progetti (a cominciare dai vari "tappeti interattivi" per ballare), ma la primo innovazione partita da un'idea completamente nuova è stata la Nintendo, che ha sviluppato il progetto della console "Wii" e, soprattutto, del telecomando multiuso "Wii-Mote": grazie a un accelerometro e alla lettura della posizione di una barra a infrarossi che viene posizionata sotto il televisore, è possibile scoprire un nuovo modo di interfacciarsi ai videogame: non basta più sedersi comodi sul divano e premere dei tasti: ora se si vuole che il tennista tiri una schiacciata bisogna faticare e tirare fisicamente la schiacciata come se si avesse la racchetta in mano!
In mezzo a tutto questo ragionamento arriva anche Microsoft, in questo caso come produttore della console XBOX-360. Perché rispetto agli altri vuole portare un'altra innovazione, e arriva al concetto in cui il videogiocatore stesso è il controller del videogioco, ma senza bisogno di altri ammenicoli.
Nasce il Kinect, un controller basato su una telecamera infrarossi e una telecamera VGA accoppiate, assieme a una serie di microfoni: un sistema che comprende la profondità 3D dell'ambiente e riesce, in tal modo, a identificare la persona che si trova davanti all'apparato e a stilizzarne lo "scheletro" potendo quindi determinare la sua posizione e i suoi movimenti, per utilizzarli nell'interazione con il videogame.
Ma succede a questo punto una cosa molto particolare: come era successo col Wii-Mote (e con altri sistemi) qualcuno aveva pensato bene di smontare il controller, capire come funzionava e cercare di trovarne un uso alternativo. Ad esempio per tracciare la posizione della testa, con l'esperimento di Johnny Chung Lee.
Quello che succede col Kinect di Microsoft è un fenomeno non del tutto dissimile: arriva qualcuno che scopre che alla fine è una normale connessione USB, prova a collegarlo al computer e si arrovella per realizzare un driver che permetta di utilizzarlo come periferica.
Ma a questo punto succede l'incredibile. Da una parte i progetti si susseguono uno dietro l'altro, e ora non pubblico i video per non saturare la pagina, ma vi mando qualche link:
... ma dall'altro, in Microsoft stessa, apprezzano quello che sta venendo fuori, e per una volta decidono di sostenere questo gioco di "pirateria sociale": nessuno ha scoperto i protocolli che danno il funzionamento della periferica per truccare i videogiochi, quello che è stato fatto è stato, semplicemente, utilizzare la periferica attraverso la sua porta USB, per fare qualcosa di diverso.
E poi questo qualcosa di diverso è diventato qualcosa di interessante. Di molto interessante, quando ha cominciato a coinvolgere università, progetti medici, progetti tecnologici, progetti di ogni genere. A questo punto Microsoft ha deciso di condividere questa cosa, e di renderla addirittura più semplice, rilasciando addirittura una SDK gratuita per sviluppare con Windows progetti in Visual Studio.
Ma non solo, perché ha dedicato una sezione del sito a quello che è diventato il fenomeno, anzi, per usare le parole di Microsoft, l'effetto Kinect.
Per concludere, quindi, vi regalo la campagna pubblicitaria proprio sull'argomento:
Se prima si passavano i pomeriggi seduti sul divano con un joystick più o meno ingombrante fra le mani, adesso sempre più videogiochi lasciano gli utenti non solo spiazzati, ma soprattutto sudati, pieni di acido lattico e letteralmente doloranti al termine di una partita pesante.
Non parlo di realtà virtuale aumentata, bensì di un nuovo sistema di approcciarsi all'idea stessa del "game controller", rendendo l'utente parte integrante del controller stesso.
Ci sono stati vari progetti (a cominciare dai vari "tappeti interattivi" per ballare), ma la primo innovazione partita da un'idea completamente nuova è stata la Nintendo, che ha sviluppato il progetto della console "Wii" e, soprattutto, del telecomando multiuso "Wii-Mote": grazie a un accelerometro e alla lettura della posizione di una barra a infrarossi che viene posizionata sotto il televisore, è possibile scoprire un nuovo modo di interfacciarsi ai videogame: non basta più sedersi comodi sul divano e premere dei tasti: ora se si vuole che il tennista tiri una schiacciata bisogna faticare e tirare fisicamente la schiacciata come se si avesse la racchetta in mano!
In mezzo a tutto questo ragionamento arriva anche Microsoft, in questo caso come produttore della console XBOX-360. Perché rispetto agli altri vuole portare un'altra innovazione, e arriva al concetto in cui il videogiocatore stesso è il controller del videogioco, ma senza bisogno di altri ammenicoli.
Nasce il Kinect, un controller basato su una telecamera infrarossi e una telecamera VGA accoppiate, assieme a una serie di microfoni: un sistema che comprende la profondità 3D dell'ambiente e riesce, in tal modo, a identificare la persona che si trova davanti all'apparato e a stilizzarne lo "scheletro" potendo quindi determinare la sua posizione e i suoi movimenti, per utilizzarli nell'interazione con il videogame.
Ma succede a questo punto una cosa molto particolare: come era successo col Wii-Mote (e con altri sistemi) qualcuno aveva pensato bene di smontare il controller, capire come funzionava e cercare di trovarne un uso alternativo. Ad esempio per tracciare la posizione della testa, con l'esperimento di Johnny Chung Lee.
Quello che succede col Kinect di Microsoft è un fenomeno non del tutto dissimile: arriva qualcuno che scopre che alla fine è una normale connessione USB, prova a collegarlo al computer e si arrovella per realizzare un driver che permetta di utilizzarlo come periferica.
Ma a questo punto succede l'incredibile. Da una parte i progetti si susseguono uno dietro l'altro, e ora non pubblico i video per non saturare la pagina, ma vi mando qualche link:
- controllare Windows 7 col Kinect [youtube];
- marionetta elettronica col Kinect [youtube];
- E tanti altri cercando su Youtube "hacked kinect", ma soprattutto:
- il geniale sito http://kinecthacks.net/
... ma dall'altro, in Microsoft stessa, apprezzano quello che sta venendo fuori, e per una volta decidono di sostenere questo gioco di "pirateria sociale": nessuno ha scoperto i protocolli che danno il funzionamento della periferica per truccare i videogiochi, quello che è stato fatto è stato, semplicemente, utilizzare la periferica attraverso la sua porta USB, per fare qualcosa di diverso.
E poi questo qualcosa di diverso è diventato qualcosa di interessante. Di molto interessante, quando ha cominciato a coinvolgere università, progetti medici, progetti tecnologici, progetti di ogni genere. A questo punto Microsoft ha deciso di condividere questa cosa, e di renderla addirittura più semplice, rilasciando addirittura una SDK gratuita per sviluppare con Windows progetti in Visual Studio.
Ma non solo, perché ha dedicato una sezione del sito a quello che è diventato il fenomeno, anzi, per usare le parole di Microsoft, l'effetto Kinect.
Per concludere, quindi, vi regalo la campagna pubblicitaria proprio sull'argomento:
sabato 5 novembre 2011
Gli occhi di Magenta, ancora un articolo
Francesco Candelari qualche mese fa è uscito con "Gli occhi di Magenta", un romanzo di fantascienza "impegnato", che tratta di argomenti "scabrosi" come la possessione demoniaca, ma che ci racconta, con il piacere di un romanzo, la storia di questa giovane ragazza, Magenta, costretta a convivere con un mostro ma anche a vivere la sua vita.
Il racconto mi è piaciuto molto (e ve ne avevo già parlato qualche tempo fa) ma oggi voglio rinnovare gli auguri a Francesco, non solo per il quarto libro che sta avendo un grande successo, non solo per gli altri romanzi che ha già in cantiere, ma innanzi tutto per lo splendido articolo che gli è stato dedicato sul quotidiano "La Sicilia" qualche giorno fa. (-:
Il nostro amico infatti non solo continua a fare il suo lavoro di farmacista, ma per di più da sempre più spesso sfogo alla sua passione per la fantascienza con progetti sempre nuovi ed intriganti.
E poi aggiungo alla mia personale #pacca_sulla_spalla all'amico e collega scrittore, anche l'idea del nostro prossimo "progetto a quattro mani" che lentamente sta prendendo piede, e nei ritagli di tempo stiamo plasmando anche questo prossimo lavoro. La vena di scrittore che non si ferma mai: il suo quinto romanzo è in dirittura d'arrivo e, posso dirlo con il cuore in mano, visto che ho l'onore di aiutarlo nella rilettura ed impaginazione, che è un'altra storia coinvolgente e che merita veramente, ma per quello vi rimando alla sua prossima pubblicazione. Per ora non mi resta che ricordarvi ancora una volta, a proposito di "Gli occhi di Magenta" il suo numero ISBN: 978-1-4477-2335-6 per trovarlo in libreria, e il link della vetrina virtuale di Francesco su Lulu.com dove è possibile acquistarlo direttamente on-line.
martedì 1 novembre 2011
Maltempo, a proposito di rischi
In questi giorni il maltempo che si è abbattuto al nord Italia è riuscito in una terrificante serie di danni che hanno coinvolto il circondario delle Cinque Terre e non solo: la pioggia ha provocato una vera e propria catostrofe danneggiando luoghi, case, automobili e persone. E non è manco finita, perché il maltempo continua a spostarsi e persino qui da noi in Sicilia e nel siracusano non siamo messi tanto "freschi e tranquilli".
Ma è proprio di questo che voglio parlare per un attimo. Perché naturalmente in mezzo alle persone che sono rimaste "ferite" nell'animo a vedere il lavoro di tanti anni distrutto con un paio d'ore di pioggia, ci sono anche quelle persone che sono rimaste ferite fisicamente, quando non disperse o addirittura uccise dalla furia degli elementi.
Soprattutto di una persona, perché è una cosa che mi tocca come volontario di protezione civile: perché questa persona si chiamava Sandro Usai. Di origini sarde, volontario di protezione civile dell'area di Monterosso, che è stato letteralmente spazzato via da un'onda di piena, e il suo corpo è stato ripescato in mare dopo qualche giorno...
Voglio parlare di lui per un motivo molto importante e, mi dispiace dirlo, il motivo non è quello di osannare un eroe comune.
Perché Sandro è stato un collega, e fra noi volontari ci definiamo anche amici vicini e lontani: siamo tutti accomunati dal bisogno di renderci utili agli altri senza un tornaconto economico. Ma Sandro è stato un collega che è morto. Ed è morto non nel tentativo di compiere un'azione eroica, bensì nell'aver fatto un grave, fatale errore.
Partiamo un momento da una breve digressione. Come ho detto siamo volontari, ossia "persone con buona volontà" che (almeno nel mio caso) preferiscono all'indignarsi e/o commuoversi di fronte alle notizie di cronaca del telegiornale, alzarsi le maniche e andare a dare una mano più concreta ed efficace. Diciamo che ci da più soddisfazione di dire, davanti alla tv "Oh, poverini. Vabè, che ha fatto la squadra di calcio, invece?".
Ebbene. Entriamo in un'associazione di volontariato. Facciamo la gavetta, studiamo, facciamo soprattutto i volontari, ossia ci organizziamo per partire nelle situazioni più complesse per dare una mano d'aiuto durante le emergenze. E che cosa succede? Succede che impariamo. Impariamo facendo lezioni e formazione, succede che impariamo vedendo le cose sul campo, succede che impariamo quello che ci servirà per essere dei volontari "funzionali" e non delle persone inutili che rischiano di dare solo impaccio a chi nell'emergenza è venuto per soccorrere.
Bene: cominciamo col mettere i puntini sulle "i". Nessuna associazione vuole degli eroi, ma soprattutto nessuna associazione e nessun volontario vuole vedere appese nella bacheca della sede delle medaglie, meno che mai "alla memoria". E questo non è un commento che viene in questi momenti, ma una regola: non siamo pagati per fare i volontari, pertanto nessuno di noi deve assolutamente rimetterci del suo lavoro o della sua vita. In nessun caso.
Ma non sempre è così: purtroppo ci sono i casi in cui tutti noi siamo costretti a calare la testa e vedere la bacheca che riceve una medaglia. Una bella medaglia, magari d'oro, alla memoria. E non perché qualcuno dei volontari ha dimostrato di avere una memoria di ferro o di essere un bravo mentalista, no: alla memoria perché di quella persona ci è rimasto, a noi tutti, solo il ricordo. Solo il ricordo, e nulla più. Non una medaglia che sostituisce un padre, un fratello, un figlio, un amico, un collega. No. Solo il ricordo.
E questo perché? Forse perché un volontario ha cercato di fare più di quanto fosse il suo compito? Forse.
Forse perché quel volontario ha pensato di mettere a repentaglio la sua stessa vita per portare aiuto a qualcuno? Come scrive il quirinale nelle motivazioni di alcune grandi onorificenze, come la medaglia d'oro al valor civile: "facendo olocausto della giovane vita". Per questo?
Forse, ma non sempre. Perché Sandro Usai è stato un collega, è stato probabilmente anche un eroe e se mai qualcuno volesse dedicargli una medaglia, andrà sempre il mio grande rispetto e la mia grande ammirazione per quel collega. Ma quel collega è morto, ha "immolato la propria vita" non già nello slancio di salvare delle vite, quanto in quello di aver fatto (scusatemi il francesismo) una cazzata colossale.
Perché Sandro non stava trascinando via delle persone bloccate dall'onda di piena, quando la stessa onda ha spazzato via lui. No. Sandro stava, come confermato da decine di testimoni, aprendo dei tombini fognari.
Ora. Quando ci sono delle alluvioni, si parla spesso del sistema fognario, e io di nuovo faccio una rapida digressione, prima di dire quello che è successo.
Punto primo: lo scopo di un sistema fognario è quello di trasportare i liquidi reflui (i liquami) dal luogo "di produzione" (le abitazioni) in direzione del sistema di smaltimento, recupero o ritrattamento (es. depuratore) e da quello, poi, per la reimmissione in natura (fiumi, mari, laghi etc).
Il sistema fognario nasce per gestire al 70%-80% i liquami di "produzione urbana" (scarichi domestici, principalmente) e per il restante 20%-30% le "acque meteoriche". La portata media di un collettore fognario è calcolata in base al presupposto carico medio plausibile: se ci sono tante o poche abitazioni, se ci sono strade eccetera. Prendiamo un collettore, e consideriamo quanto liquame può attraversarlo in un secondo. Approssimativamente ci attestiamo sul centinaio di litri al secondo. Un collettore unisce diverse linee, e tanti collettori arrivano del depuratore, a raggruppamenti successivi ad albero. In una grande città un collettore fognario può trasportare anche duemila, forse tremila litri di liquame ogni secondo. Se c'è un carico di acque meteoriche e la fognatura arriva quasi a "intasarsi" diciamo pure che raddoppiamo la portata. Arriviamo a seimila litri d'acqua che passano ogni secondo.
Bene. Se un fiume ha un'onda di piena, o rompe i margini, la quota d'acqua che si muovimenta ogni secondo è molta di più. Molta. Per valori inconcepibli di "molta" rispetto alla portata della fognatura: immaginiamo un torrente robusto come il Bisagno: se rompe gli argini vuol dire che passa un mostro largo un decina di metri e alto più di due. A una velocità media di 50-60km/h significa che in un secondo si muove un blocco di quasi 120 metri cubi d'acqua ogni secondo. Un metro cubo sono mille litri d'acqua, e centoventi metri cubi fanno 120mila litri. Centoventimila litri d'acqua che si muovono ogni secondo. Facciamo che un seimila-settemila se ne vanno giù nelle fogne, i restanti centododicimila e rotti ogni secondo percorrono quello che c'è sopra le fognature, spazzando, danneggiando, distruggendo.
Ma c'è sempre chi, quando viene giù una quantità abnorme di pioggia, è pronto a dire che le fognature erano intasate (a dirlo anche se fossero state linde e pinte. Non metto in dubbio che ci siano state anche delle fognature poco manutenzionate, ma non credo affatto che tutte le volte che c'è un'alluvione, sotto di essa ci sono fognature mai manutenzionate SEMPRE E DOVUNQUE). Così come ci sono quelli che hanno sempre da sbraitare che non li ha aiutati nessuno. E una volta ho visto delle persone piangere in televisione perché "Siamo stati abbandonati da tutti. Non è venuto nessuno, se non era per la protezione civile non saremmo qui". Non è venuto "nessuno"? E la protezione civile chi ve l'ha mandata? Si è materializzata lì da sola? O volevate che venisse il sindaco a spalare il fango e tirarvi fuori uno per uno?
E secondo punto, che spesso viene dimenticato: Madre Natura batte l'uomo dieci a uno. Sempre, dovunque e comunque. Non dieci a zero, perché ogni tanto qualche peletto all'uomo riesce, ma notoriamente noi siamo inermi di fronte alle forze naturali: non si può evitare un terremoto, un'alluvione, un incendio... è importante fare "prevenzione", ossia lavorare affinché questi grandi eventi catastrofici creino il minor danno possibile. Anche se domani avessimo un modo per prevedere un terremoto, questo comunque non ci darebbe alcuno strumento per far sì che la scossa non avvenga. Quello che possiamo fare è costruire edifici che non crollino in caso di scossa. Sull'argomento alluvioni ci sono tante cose che si sono dette, e tante che si possono e si potrebbero fare, a cominciare dall'evitare il più possibile di disboscare, perché si tolgono le radici, che tengono fisicamente il terreno, aprendo la strada a frane e smottamenti più o meno disastrosi. Si può evitare di costruire sui greti di fiumi e torrenti, o peggio ancora sui letti degli stessi, come avviene in alcune città in cui i fiumi vengono costretti in canali sotterranei. E tante altre cose del genere, ma soprattutto si può determinare che quando c'è un pericolo, reale o presunto, di frana, di alluvione, si può evacuare una città e mettersi in posizioni di sicurezza.
Una regola e mi allaccio all'errore di Sandro Usai, che si impara è dettata dalla logica. Abbiamo visto che una fognatura difficilmente è in grado di assorbire l'intera onda d'urto di una piena improvvisa. Ma ad ogni modo se la piena non è molto robusta e consistente, può aiutare. Ma qui si pone un problema: una fognatura durante un'alluvione può funzionare oppure no (non ci sono altri meccanismi: o la fogna va, o la fogna è intasata, non è un apparecchio elettrico che si accende e spegne come capita).
Se la fognatura funziona, allora funzionerà indipendentemente da quello che può fare ognuno di noi per aiutarla od ostacolarla, perché da soli non possiamo pretendere di incanalare un fiume in piena che ha rotto un argine, e aprire o chiudere dei tombini non cambierà la situazione: se la fognatura funziona, fa incanalare l'acqua e la porta verso il depuratore e gli scarichi. In questo caso nessuno di noi deve intervenire aprendo o chiudendo i tombini: pensa a tutto il sistema fognario da solo.
Se la fognatura non funziona, come dicevo, vuol dire che è tappata, piena di fango, bloccata, che non si muove nulla, e che quindi non scarica né assorbe le acque meteoriche. Se l'intero sistema fognario è bloccato, ugualmente nessuno di noi può intervenire aprendo i tombini e cercando di fare qualcosa: che cosa può fare un uomo solo contro chilometri e chilometri di cunicoli pieni di fango?
Ma può succedere un caso particolare. La fognatura funziona, ma quel tombino lì [che sto indicando col dito (-: ] è tappato. Bene. C'è un'onda di piena, lunga chilometri e chilometri, larga centinaia di metri. Se quel tombino non funziona, ce ne sono almeno mille prima di questo, e altri mille, dopo, che funzionano. Pertanto ugualmente non c'è bisogno di andare lì ed aprirlo per cercare di liberarlo.
Ma Sandro, invece, spinto dal bisogno di rendersi utile in qualche modo ha, come ho detto prima, pensato alla "cazzata": aprire i tombini in mezzo alla strada. Mentre scende l'onda di piena. Se non avesse fatto quest'azione, questo ragazzo molto probabilmente sarebbe ancora con noi. Ritengo importante dire questo, affinché la sua morte non sia stata vana, affinché non si venga a dire "è morto facendo il suo dovere", e affinché nessun altro abbia a tentare di imitarlo. Come lo ripeto: siamo volontari, vogliamo essere utili agli altri, ma non vogliamo le medaglie, e non ci interessa essere chiamati "eroi", soprattutto non ci interessa di sapere che la nostra memoria rimarrà a lungo sulla bacheca di un'associazione. Per questo io sono triste per questa perdita, ma anche arriabbiato, perché questa perdita era abbondantemente evitabile. Perché Sandro, e con lui moltissimi altri colleghi, hanno commesso un errore di valutazione, e questo errore è costato una vita umana. Un costo altissimo, un costo che nessuno avrebbe dovuto minimamente mettere in conto. Addio Sandro, mi dispiace che sia andata a finire così, ma almeno mi auguro questo tragico evento possa aiutare gli altri a imparare anche da questi fatali errori, per evitare che questi incidenti possano ripetersi in futuro.
Ma è proprio di questo che voglio parlare per un attimo. Perché naturalmente in mezzo alle persone che sono rimaste "ferite" nell'animo a vedere il lavoro di tanti anni distrutto con un paio d'ore di pioggia, ci sono anche quelle persone che sono rimaste ferite fisicamente, quando non disperse o addirittura uccise dalla furia degli elementi.
Soprattutto di una persona, perché è una cosa che mi tocca come volontario di protezione civile: perché questa persona si chiamava Sandro Usai. Di origini sarde, volontario di protezione civile dell'area di Monterosso, che è stato letteralmente spazzato via da un'onda di piena, e il suo corpo è stato ripescato in mare dopo qualche giorno...
Voglio parlare di lui per un motivo molto importante e, mi dispiace dirlo, il motivo non è quello di osannare un eroe comune.
Perché Sandro è stato un collega, e fra noi volontari ci definiamo anche amici vicini e lontani: siamo tutti accomunati dal bisogno di renderci utili agli altri senza un tornaconto economico. Ma Sandro è stato un collega che è morto. Ed è morto non nel tentativo di compiere un'azione eroica, bensì nell'aver fatto un grave, fatale errore.
Partiamo un momento da una breve digressione. Come ho detto siamo volontari, ossia "persone con buona volontà" che (almeno nel mio caso) preferiscono all'indignarsi e/o commuoversi di fronte alle notizie di cronaca del telegiornale, alzarsi le maniche e andare a dare una mano più concreta ed efficace. Diciamo che ci da più soddisfazione di dire, davanti alla tv "Oh, poverini. Vabè, che ha fatto la squadra di calcio, invece?".
Ebbene. Entriamo in un'associazione di volontariato. Facciamo la gavetta, studiamo, facciamo soprattutto i volontari, ossia ci organizziamo per partire nelle situazioni più complesse per dare una mano d'aiuto durante le emergenze. E che cosa succede? Succede che impariamo. Impariamo facendo lezioni e formazione, succede che impariamo vedendo le cose sul campo, succede che impariamo quello che ci servirà per essere dei volontari "funzionali" e non delle persone inutili che rischiano di dare solo impaccio a chi nell'emergenza è venuto per soccorrere.
Bene: cominciamo col mettere i puntini sulle "i". Nessuna associazione vuole degli eroi, ma soprattutto nessuna associazione e nessun volontario vuole vedere appese nella bacheca della sede delle medaglie, meno che mai "alla memoria". E questo non è un commento che viene in questi momenti, ma una regola: non siamo pagati per fare i volontari, pertanto nessuno di noi deve assolutamente rimetterci del suo lavoro o della sua vita. In nessun caso.
Ma non sempre è così: purtroppo ci sono i casi in cui tutti noi siamo costretti a calare la testa e vedere la bacheca che riceve una medaglia. Una bella medaglia, magari d'oro, alla memoria. E non perché qualcuno dei volontari ha dimostrato di avere una memoria di ferro o di essere un bravo mentalista, no: alla memoria perché di quella persona ci è rimasto, a noi tutti, solo il ricordo. Solo il ricordo, e nulla più. Non una medaglia che sostituisce un padre, un fratello, un figlio, un amico, un collega. No. Solo il ricordo.
E questo perché? Forse perché un volontario ha cercato di fare più di quanto fosse il suo compito? Forse.
Forse perché quel volontario ha pensato di mettere a repentaglio la sua stessa vita per portare aiuto a qualcuno? Come scrive il quirinale nelle motivazioni di alcune grandi onorificenze, come la medaglia d'oro al valor civile: "facendo olocausto della giovane vita". Per questo?
Forse, ma non sempre. Perché Sandro Usai è stato un collega, è stato probabilmente anche un eroe e se mai qualcuno volesse dedicargli una medaglia, andrà sempre il mio grande rispetto e la mia grande ammirazione per quel collega. Ma quel collega è morto, ha "immolato la propria vita" non già nello slancio di salvare delle vite, quanto in quello di aver fatto (scusatemi il francesismo) una cazzata colossale.
Perché Sandro non stava trascinando via delle persone bloccate dall'onda di piena, quando la stessa onda ha spazzato via lui. No. Sandro stava, come confermato da decine di testimoni, aprendo dei tombini fognari.
Ora. Quando ci sono delle alluvioni, si parla spesso del sistema fognario, e io di nuovo faccio una rapida digressione, prima di dire quello che è successo.
Punto primo: lo scopo di un sistema fognario è quello di trasportare i liquidi reflui (i liquami) dal luogo "di produzione" (le abitazioni) in direzione del sistema di smaltimento, recupero o ritrattamento (es. depuratore) e da quello, poi, per la reimmissione in natura (fiumi, mari, laghi etc).
Il sistema fognario nasce per gestire al 70%-80% i liquami di "produzione urbana" (scarichi domestici, principalmente) e per il restante 20%-30% le "acque meteoriche". La portata media di un collettore fognario è calcolata in base al presupposto carico medio plausibile: se ci sono tante o poche abitazioni, se ci sono strade eccetera. Prendiamo un collettore, e consideriamo quanto liquame può attraversarlo in un secondo. Approssimativamente ci attestiamo sul centinaio di litri al secondo. Un collettore unisce diverse linee, e tanti collettori arrivano del depuratore, a raggruppamenti successivi ad albero. In una grande città un collettore fognario può trasportare anche duemila, forse tremila litri di liquame ogni secondo. Se c'è un carico di acque meteoriche e la fognatura arriva quasi a "intasarsi" diciamo pure che raddoppiamo la portata. Arriviamo a seimila litri d'acqua che passano ogni secondo.
Bene. Se un fiume ha un'onda di piena, o rompe i margini, la quota d'acqua che si muovimenta ogni secondo è molta di più. Molta. Per valori inconcepibli di "molta" rispetto alla portata della fognatura: immaginiamo un torrente robusto come il Bisagno: se rompe gli argini vuol dire che passa un mostro largo un decina di metri e alto più di due. A una velocità media di 50-60km/h significa che in un secondo si muove un blocco di quasi 120 metri cubi d'acqua ogni secondo. Un metro cubo sono mille litri d'acqua, e centoventi metri cubi fanno 120mila litri. Centoventimila litri d'acqua che si muovono ogni secondo. Facciamo che un seimila-settemila se ne vanno giù nelle fogne, i restanti centododicimila e rotti ogni secondo percorrono quello che c'è sopra le fognature, spazzando, danneggiando, distruggendo.
Ma c'è sempre chi, quando viene giù una quantità abnorme di pioggia, è pronto a dire che le fognature erano intasate (a dirlo anche se fossero state linde e pinte. Non metto in dubbio che ci siano state anche delle fognature poco manutenzionate, ma non credo affatto che tutte le volte che c'è un'alluvione, sotto di essa ci sono fognature mai manutenzionate SEMPRE E DOVUNQUE). Così come ci sono quelli che hanno sempre da sbraitare che non li ha aiutati nessuno. E una volta ho visto delle persone piangere in televisione perché "Siamo stati abbandonati da tutti. Non è venuto nessuno, se non era per la protezione civile non saremmo qui". Non è venuto "nessuno"? E la protezione civile chi ve l'ha mandata? Si è materializzata lì da sola? O volevate che venisse il sindaco a spalare il fango e tirarvi fuori uno per uno?
E secondo punto, che spesso viene dimenticato: Madre Natura batte l'uomo dieci a uno. Sempre, dovunque e comunque. Non dieci a zero, perché ogni tanto qualche peletto all'uomo riesce, ma notoriamente noi siamo inermi di fronte alle forze naturali: non si può evitare un terremoto, un'alluvione, un incendio... è importante fare "prevenzione", ossia lavorare affinché questi grandi eventi catastrofici creino il minor danno possibile. Anche se domani avessimo un modo per prevedere un terremoto, questo comunque non ci darebbe alcuno strumento per far sì che la scossa non avvenga. Quello che possiamo fare è costruire edifici che non crollino in caso di scossa. Sull'argomento alluvioni ci sono tante cose che si sono dette, e tante che si possono e si potrebbero fare, a cominciare dall'evitare il più possibile di disboscare, perché si tolgono le radici, che tengono fisicamente il terreno, aprendo la strada a frane e smottamenti più o meno disastrosi. Si può evitare di costruire sui greti di fiumi e torrenti, o peggio ancora sui letti degli stessi, come avviene in alcune città in cui i fiumi vengono costretti in canali sotterranei. E tante altre cose del genere, ma soprattutto si può determinare che quando c'è un pericolo, reale o presunto, di frana, di alluvione, si può evacuare una città e mettersi in posizioni di sicurezza.
Una regola e mi allaccio all'errore di Sandro Usai, che si impara è dettata dalla logica. Abbiamo visto che una fognatura difficilmente è in grado di assorbire l'intera onda d'urto di una piena improvvisa. Ma ad ogni modo se la piena non è molto robusta e consistente, può aiutare. Ma qui si pone un problema: una fognatura durante un'alluvione può funzionare oppure no (non ci sono altri meccanismi: o la fogna va, o la fogna è intasata, non è un apparecchio elettrico che si accende e spegne come capita).
Se la fognatura funziona, allora funzionerà indipendentemente da quello che può fare ognuno di noi per aiutarla od ostacolarla, perché da soli non possiamo pretendere di incanalare un fiume in piena che ha rotto un argine, e aprire o chiudere dei tombini non cambierà la situazione: se la fognatura funziona, fa incanalare l'acqua e la porta verso il depuratore e gli scarichi. In questo caso nessuno di noi deve intervenire aprendo o chiudendo i tombini: pensa a tutto il sistema fognario da solo.
Se la fognatura non funziona, come dicevo, vuol dire che è tappata, piena di fango, bloccata, che non si muove nulla, e che quindi non scarica né assorbe le acque meteoriche. Se l'intero sistema fognario è bloccato, ugualmente nessuno di noi può intervenire aprendo i tombini e cercando di fare qualcosa: che cosa può fare un uomo solo contro chilometri e chilometri di cunicoli pieni di fango?
Ma può succedere un caso particolare. La fognatura funziona, ma quel tombino lì [che sto indicando col dito (-: ] è tappato. Bene. C'è un'onda di piena, lunga chilometri e chilometri, larga centinaia di metri. Se quel tombino non funziona, ce ne sono almeno mille prima di questo, e altri mille, dopo, che funzionano. Pertanto ugualmente non c'è bisogno di andare lì ed aprirlo per cercare di liberarlo.
Ma Sandro, invece, spinto dal bisogno di rendersi utile in qualche modo ha, come ho detto prima, pensato alla "cazzata": aprire i tombini in mezzo alla strada. Mentre scende l'onda di piena. Se non avesse fatto quest'azione, questo ragazzo molto probabilmente sarebbe ancora con noi. Ritengo importante dire questo, affinché la sua morte non sia stata vana, affinché non si venga a dire "è morto facendo il suo dovere", e affinché nessun altro abbia a tentare di imitarlo. Come lo ripeto: siamo volontari, vogliamo essere utili agli altri, ma non vogliamo le medaglie, e non ci interessa essere chiamati "eroi", soprattutto non ci interessa di sapere che la nostra memoria rimarrà a lungo sulla bacheca di un'associazione. Per questo io sono triste per questa perdita, ma anche arriabbiato, perché questa perdita era abbondantemente evitabile. Perché Sandro, e con lui moltissimi altri colleghi, hanno commesso un errore di valutazione, e questo errore è costato una vita umana. Un costo altissimo, un costo che nessuno avrebbe dovuto minimamente mettere in conto. Addio Sandro, mi dispiace che sia andata a finire così, ma almeno mi auguro questo tragico evento possa aiutare gli altri a imparare anche da questi fatali errori, per evitare che questi incidenti possano ripetersi in futuro.
venerdì 21 ottobre 2011
Terremoto: neanche noi vogliamo rischiare
Sono stato in piazza Duomo, a vedere l'incontro di presentazione di questa attività di protezione civile (denominata "Terremoto: io non rischio"). C'è stato persino il prefetto Gabrielli, attuale capo della protezione civile, assieme al sindaco, agli assessori, al capo del dipartimento regionale e a molti volontari, invitati dal dipartimento regionale ad assistere e a venire in uniforme (io ero in borghese, per la cronaca).
L'attività è stata programmata da mesi, ma adesso alcuni volontari mi dicono che fare un'attività del genere nel circondario di Siracusa quando da fine settembre si registrano scosse nella zona della provincia (particolarmente nel circondario di Canicattini Bagni, con scosse lievi e superficiali, ma avvertibili dalla popolazione e che hanno fatto evacuare scuole e altri edifici pubblici in questi giorni), potrebbe essere solo deleterio: un modo per gettare benzina sul fuoco del panico diffuso fra la popolazione.
Io faccio un'osservazione, pura e semplice.
Se la protezione civile non facesse mai nulla, cadrebbe di certo nel grave errore che ha portato agli errori dell'Abruzzo nel 2008-2009: a forza di dire "state tranquilli e tutti a casa" nessuno pensò manco a fare, chessò, un semplice elenco degli uomini e mezzi disponibili. Ne è venuto fuori un dramma.
Sono d'accordo nel dire che se si fanno attività legate a se stesse coinvolgendo marginalmente la popolazione, molti terroristi ne avranno ben donde di dire «Ecco! La protezione civile è in fermento, allora STA PER SUCCEDERE QUALCOSA!»
Quello che molti colleghi (in tal senso ne ho avuto un esempio in una edificante discussione su un post di facebook l'anno scorso, dopo uno strale ridicolo lanciato da un'associazione di volontari abruzzesi, che provocò un fermento esploso in quasi seicento commenti, prima che l'autore mettesse la coda fra le zampe e cancellasse tutto il post tout-court) e quello che quasi tutta la popolazione italiana dimentica, è semplice: il mondo non è bianco o nero, ma fatto di tante sfumature di grigio.
Una scossa tellurica non è prevedibile. No, questo è errato, ma parlando in termini scientifici. Vi spiego come funziona: avendo a disposizione il dovuto numero di strumenti piantati tutto intorno un punto che si vuole osservare, e un cluster di computer con capacità di calcolo assimilabili ai supercomputer della lista Top500, sarebbe in teoria possibile dopo aver registrato e analizzato un buon numero di scosse, determinare l'arrivo di un movimento sismico con un anticipo massimo (e bisogna essere fortunati) di poco meno di TRE SECONDI, determinando l'epicentro con un errore in un raggio di una decina di km (e la profondità dell'ipocentro più o meno con lo stesso possibile errore), e determinare l'intensità presunta di questa scossa prevista con uno scarto compreso fra il 90% ed il 100%, ossia se si suppone una magnitudo di 3,5 in quei tre secondi prima che arrivi la scossa, la stessa poi potrebbe avere una magnitudo compresa fra 2,1 e 5,5. Ah, dimenticavo: in condizioni ottimali ci sarebbero tre secondi, ma in condizioni reali parliamo tra l'altro di solo alcuni decimi di secondo di anticipo.
Contenti? Non è che un terremoto non sia prevedibile, magari si riesce ad avere il tempo di dire: «Ragazzi: sta per arrivare una scoBROAAAMMMMMMM!!!» (((-:
Scappare? No. Non si scappa durante la scossa. Mai. Durante la scossa l'importante è ripararsi: sotto un tavolo, sotto i banchi di scuola, sotto gli architravi: se siete all'aperto portandovi in mezzo alla strada, e se siete in aperta campagna potete stendervi per terra con un filo d'erba in bocca e aspettare che finisca: di certo non vi cascheranno dei calcinacci sulla testa se la casa più vicina sta a due chilometri!
Ma torniamo a noi. La prevedibilità dell'arrivo di una scossa tellurica è ristretta a un campo non superiore al paio di secondi. E con un paio di secondi non ci facciamo un bel niente, per cui diciamo per definizione che non è possibile sapere in anticipo se ci sarà una scossa di terremoto in un determinato luogo.
Di nuovo però delle previsioni (ma anche esse da prendere con il beneficio dell'inventario) sono fattibili: osservata per diversi anni (non due o tre, e manco una decina, parlo di un secolo o due) una zona e determinato che è "ad alto rischio sismico", di nuovo è possibile azzardare una previsione: che di qui ai prossimi due-trecento anni si possa verificare un fenomeno sismico più o meno simile che coinvolge un punto qualsiasi lungo la faglia. Ma qua i miei lettori mi risponderanno, giustamente "e grazie al ficus [o al cactus (-: ndG]: è per questo che si dice che una zona è 'a rischio sismico', mica per altro..."
Però c'è questo limite: la tecnologia attuale e, soprattutto, gli studi attuali ci permettono solo questo.
E allora cosa si fa? Ci se ne frega tutti quanti finché non viene il Big One, e poi si piangono le vittime? Oppure si evacuano le città ogni volta che una mucca molla una flatulenza vicino a un sismografo?
Quello che si dovrebbe fare, prendendo esempio da una terra come il Giappone, che veramente potrebbe usare le scosse sismiche come SEGNALE ORARIO ("Che ore sono?" BRAAAAARRRRM! "Era la scossa delle undici e venti!"), è una sacra cosa chiamata PREVENZIONE.
Le mie parole di poche righe fa: il mondo non è bianco o nero. Non possiamo sapere se e quando ci sarà un terremoto, ma possiamo sapere quali sono le zone a rischio sismico, e dato che notoriamente non abbiamo alcuna difesa contro gli interventi di Madre Natura, non ci resta che organizzarci e saperlo affrontare.
Qui in Italia se un'associazione di volontari di protezione civile riesce ad ottenere i permessi, le licenze e i beneplacet di tanti di quegli enti pubblici che a un certo punto sei sicuro che in mezzo agli incartamenti ci sia anche una richiesta in carta bollata al Papa, per organizzare un'esercitazione di evacuazione in una scuola pubblica, che cosa succede?
Per l'appunto quando un'associazione vuole organizzare questo tipo di attività (una prova generale di evacuazione di una scuola pubblica, cavoli, non una manifestazione di piazza con carri armati e lancio di missili terra-aria!) e decide di sopportare di andare a sbattere contro un muro di gomma di papelli burocratici non indifferenti, arriva un bel giorno che, davanti al sindaco, alle massime autorità e a quattro giornalisti; non diremo che ci sono buone probabilità che se non fosse per il coinvolgimento della stampa, l'associazione starebbe ancora passando carte su carte cancellando ettari di Amazzonia, perché tutti quanti siamo comunque ottimisti e pensiamo che l'iter comunque all'esercitazione ci debba portare. Comunque siamo qui.
Suona la sirena, le lezioni si interrompono, tutti i ragazzi si caracollano fuori in preda al panico (seee, come no?). Applausi, ringraziamenti: tutto è andato come previsto.
A questo punto arriva l'organizzatore che tanto ha faticato: "Direi che è andata bene. Ci vediamo il mese prossimo per ripeterla?"
"Ripeterla? MA NOOOOOOOOOOOOOOOOOOO! MA L'ABBIAMO GIÀ FATTA, COSA VOGLIAMO RIPETERE????"
In Giappone le esercitazioni di evacuazione per terremoto non sono soltanto un'abitudine. Sono un obbligo di legge. Le aziende, le scuole, gli edifici pubblici, tutti quanti sono OBBLIGATI per legge a fare almeno un'esercitazione di fuga per terremoto una volta al mese. Obbligati, signori miei: come si suol dire "voce del verbo vi chiudiamo e vi facciamo una multa così pesante che finiranno di pagarla i vostri nipoti".
La legge permette di saltare l'esercitazione se e solo se il giorno che era prevista c'è stata per davvero una scossa di terremoto per cui l'edificio sia stato comunque evacuato.
In Giappone, che notoriamente si trova su un altro pianeta, rispetto all'Italia.
Qui si cerca di fare quel che si può, si opera per svolgere questo lavoro importante con i mezzi ristretti e le capacità economiche ristrette. La differenza sapete qual è? Semplice, anzi ovvia: che qui si fanno pochissime esercitazioni. In Giappone tutti hanno gli elmetti e il kit di sicurezza costantemente a portata di mano, qui se viene una scossa seria, vediamo gente che scappa in pigiama e pantofole.
Le esercitazioni, che coinvolgano soprattutto la popolazione (e non per dare spettacolo, ma coinvolgendo attivamente la gente), aiutano a costruire con la ripetizione costante, un fenomeno.
Quando c'è una scossa di terremoto, e parlo di una scossa forte, lunga, di una di quelle che in un ufficio postale fanno scuotere una cassaforte alta un metro e mezzo come se fosse un foglio di carta sballonzolato dal vento, succede una cosa: le persone si fanno prendere dal panico.
E quando sei nel panico, non riesci a capire che cosa stai facendo, cominci a fare delle cose meccaniche, a tratti stupide. Qui interviene la costanza nelle esercitazioni di evacuazione: sei talmente stufo e talmente abituato a fare quelle stramaledette procedure che potrebbero essere sempre uguali, che la tua mente quando entra nel pallone ti fa fare meccanicamente quelle cose che hai già fatto mille volte, ti fa ripetere la procedura che sai a memoria, perché in mezzo al panico non ti viene in mente nulla, e quella è l'unica cosa sensata che sai fare, ed è l'unica cosa sensata che ti garantisce di salvarti.
Detto questo, a futura memoria voglio ricordare a tutti come fare un minimo di prevenzione in casa. Queste sono regole dettate dal buon senso, che possono sembrare persino stupide, ma pare che siano ben pochi a metterle in pratica nella vita di tutti i giorni.
E non pensate che quando c'è un'esercitazione, avviene perché si aspetta qualcosa: il massimo che ci si può aspettare è il maltempo, ma quando c'è l'allerta meteo, non c'è il tempo di mettersi a giocare con le esercitazioni...
L'attività è stata programmata da mesi, ma adesso alcuni volontari mi dicono che fare un'attività del genere nel circondario di Siracusa quando da fine settembre si registrano scosse nella zona della provincia (particolarmente nel circondario di Canicattini Bagni, con scosse lievi e superficiali, ma avvertibili dalla popolazione e che hanno fatto evacuare scuole e altri edifici pubblici in questi giorni), potrebbe essere solo deleterio: un modo per gettare benzina sul fuoco del panico diffuso fra la popolazione.
Io faccio un'osservazione, pura e semplice.
Se la protezione civile non facesse mai nulla, cadrebbe di certo nel grave errore che ha portato agli errori dell'Abruzzo nel 2008-2009: a forza di dire "state tranquilli e tutti a casa" nessuno pensò manco a fare, chessò, un semplice elenco degli uomini e mezzi disponibili. Ne è venuto fuori un dramma.
Sono d'accordo nel dire che se si fanno attività legate a se stesse coinvolgendo marginalmente la popolazione, molti terroristi ne avranno ben donde di dire «Ecco! La protezione civile è in fermento, allora STA PER SUCCEDERE QUALCOSA!»
Quello che molti colleghi (in tal senso ne ho avuto un esempio in una edificante discussione su un post di facebook l'anno scorso, dopo uno strale ridicolo lanciato da un'associazione di volontari abruzzesi, che provocò un fermento esploso in quasi seicento commenti, prima che l'autore mettesse la coda fra le zampe e cancellasse tutto il post tout-court) e quello che quasi tutta la popolazione italiana dimentica, è semplice: il mondo non è bianco o nero, ma fatto di tante sfumature di grigio.
Una scossa tellurica non è prevedibile. No, questo è errato, ma parlando in termini scientifici. Vi spiego come funziona: avendo a disposizione il dovuto numero di strumenti piantati tutto intorno un punto che si vuole osservare, e un cluster di computer con capacità di calcolo assimilabili ai supercomputer della lista Top500, sarebbe in teoria possibile dopo aver registrato e analizzato un buon numero di scosse, determinare l'arrivo di un movimento sismico con un anticipo massimo (e bisogna essere fortunati) di poco meno di TRE SECONDI, determinando l'epicentro con un errore in un raggio di una decina di km (e la profondità dell'ipocentro più o meno con lo stesso possibile errore), e determinare l'intensità presunta di questa scossa prevista con uno scarto compreso fra il 90% ed il 100%, ossia se si suppone una magnitudo di 3,5 in quei tre secondi prima che arrivi la scossa, la stessa poi potrebbe avere una magnitudo compresa fra 2,1 e 5,5. Ah, dimenticavo: in condizioni ottimali ci sarebbero tre secondi, ma in condizioni reali parliamo tra l'altro di solo alcuni decimi di secondo di anticipo.
Contenti? Non è che un terremoto non sia prevedibile, magari si riesce ad avere il tempo di dire: «Ragazzi: sta per arrivare una scoBROAAAMMMMMMM!!!» (((-:
Scappare? No. Non si scappa durante la scossa. Mai. Durante la scossa l'importante è ripararsi: sotto un tavolo, sotto i banchi di scuola, sotto gli architravi: se siete all'aperto portandovi in mezzo alla strada, e se siete in aperta campagna potete stendervi per terra con un filo d'erba in bocca e aspettare che finisca: di certo non vi cascheranno dei calcinacci sulla testa se la casa più vicina sta a due chilometri!
Ma torniamo a noi. La prevedibilità dell'arrivo di una scossa tellurica è ristretta a un campo non superiore al paio di secondi. E con un paio di secondi non ci facciamo un bel niente, per cui diciamo per definizione che non è possibile sapere in anticipo se ci sarà una scossa di terremoto in un determinato luogo.
Di nuovo però delle previsioni (ma anche esse da prendere con il beneficio dell'inventario) sono fattibili: osservata per diversi anni (non due o tre, e manco una decina, parlo di un secolo o due) una zona e determinato che è "ad alto rischio sismico", di nuovo è possibile azzardare una previsione: che di qui ai prossimi due-trecento anni si possa verificare un fenomeno sismico più o meno simile che coinvolge un punto qualsiasi lungo la faglia. Ma qua i miei lettori mi risponderanno, giustamente "e grazie al ficus [o al cactus (-: ndG]: è per questo che si dice che una zona è 'a rischio sismico', mica per altro..."
Però c'è questo limite: la tecnologia attuale e, soprattutto, gli studi attuali ci permettono solo questo.
E allora cosa si fa? Ci se ne frega tutti quanti finché non viene il Big One, e poi si piangono le vittime? Oppure si evacuano le città ogni volta che una mucca molla una flatulenza vicino a un sismografo?
Quello che si dovrebbe fare, prendendo esempio da una terra come il Giappone, che veramente potrebbe usare le scosse sismiche come SEGNALE ORARIO ("Che ore sono?" BRAAAAARRRRM! "Era la scossa delle undici e venti!"), è una sacra cosa chiamata PREVENZIONE.
Le mie parole di poche righe fa: il mondo non è bianco o nero. Non possiamo sapere se e quando ci sarà un terremoto, ma possiamo sapere quali sono le zone a rischio sismico, e dato che notoriamente non abbiamo alcuna difesa contro gli interventi di Madre Natura, non ci resta che organizzarci e saperlo affrontare.
Qui in Italia se un'associazione di volontari di protezione civile riesce ad ottenere i permessi, le licenze e i beneplacet di tanti di quegli enti pubblici che a un certo punto sei sicuro che in mezzo agli incartamenti ci sia anche una richiesta in carta bollata al Papa, per organizzare un'esercitazione di evacuazione in una scuola pubblica, che cosa succede?
Per l'appunto quando un'associazione vuole organizzare questo tipo di attività (una prova generale di evacuazione di una scuola pubblica, cavoli, non una manifestazione di piazza con carri armati e lancio di missili terra-aria!) e decide di sopportare di andare a sbattere contro un muro di gomma di papelli burocratici non indifferenti, arriva un bel giorno che, davanti al sindaco, alle massime autorità e a quattro giornalisti; non diremo che ci sono buone probabilità che se non fosse per il coinvolgimento della stampa, l'associazione starebbe ancora passando carte su carte cancellando ettari di Amazzonia, perché tutti quanti siamo comunque ottimisti e pensiamo che l'iter comunque all'esercitazione ci debba portare. Comunque siamo qui.
Suona la sirena, le lezioni si interrompono, tutti i ragazzi si caracollano fuori in preda al panico (seee, come no?). Applausi, ringraziamenti: tutto è andato come previsto.
A questo punto arriva l'organizzatore che tanto ha faticato: "Direi che è andata bene. Ci vediamo il mese prossimo per ripeterla?"
"Ripeterla? MA NOOOOOOOOOOOOOOOOOOO! MA L'ABBIAMO GIÀ FATTA, COSA VOGLIAMO RIPETERE????"
In Giappone le esercitazioni di evacuazione per terremoto non sono soltanto un'abitudine. Sono un obbligo di legge. Le aziende, le scuole, gli edifici pubblici, tutti quanti sono OBBLIGATI per legge a fare almeno un'esercitazione di fuga per terremoto una volta al mese. Obbligati, signori miei: come si suol dire "voce del verbo vi chiudiamo e vi facciamo una multa così pesante che finiranno di pagarla i vostri nipoti".
La legge permette di saltare l'esercitazione se e solo se il giorno che era prevista c'è stata per davvero una scossa di terremoto per cui l'edificio sia stato comunque evacuato.
In Giappone, che notoriamente si trova su un altro pianeta, rispetto all'Italia.
Qui si cerca di fare quel che si può, si opera per svolgere questo lavoro importante con i mezzi ristretti e le capacità economiche ristrette. La differenza sapete qual è? Semplice, anzi ovvia: che qui si fanno pochissime esercitazioni. In Giappone tutti hanno gli elmetti e il kit di sicurezza costantemente a portata di mano, qui se viene una scossa seria, vediamo gente che scappa in pigiama e pantofole.
Le esercitazioni, che coinvolgano soprattutto la popolazione (e non per dare spettacolo, ma coinvolgendo attivamente la gente), aiutano a costruire con la ripetizione costante, un fenomeno.
Quando c'è una scossa di terremoto, e parlo di una scossa forte, lunga, di una di quelle che in un ufficio postale fanno scuotere una cassaforte alta un metro e mezzo come se fosse un foglio di carta sballonzolato dal vento, succede una cosa: le persone si fanno prendere dal panico.
E quando sei nel panico, non riesci a capire che cosa stai facendo, cominci a fare delle cose meccaniche, a tratti stupide. Qui interviene la costanza nelle esercitazioni di evacuazione: sei talmente stufo e talmente abituato a fare quelle stramaledette procedure che potrebbero essere sempre uguali, che la tua mente quando entra nel pallone ti fa fare meccanicamente quelle cose che hai già fatto mille volte, ti fa ripetere la procedura che sai a memoria, perché in mezzo al panico non ti viene in mente nulla, e quella è l'unica cosa sensata che sai fare, ed è l'unica cosa sensata che ti garantisce di salvarti.
Detto questo, a futura memoria voglio ricordare a tutti come fare un minimo di prevenzione in casa. Queste sono regole dettate dal buon senso, che possono sembrare persino stupide, ma pare che siano ben pochi a metterle in pratica nella vita di tutti i giorni.
- Tenete sotto il letto un paio di scarpe chiuse (scarpe da ginnastica, se siete in campagna scarponi da trekking, se siete muratori un vecchio paio di antinfortunistiche) in maniera che resti a portata di mano e non siate costretti a uscire in pantofole;
- Tenete sempre pronto un borsone con abiti di emergenza: qualche camicia, qualche maglietta, qualche cambio di biancheria: fate in modo che sia adatto al clima stagionale (non servono sei maglioni ad agosto in Sicilia), ma anche se in estate tenete una felpa o qualcosa con cui ripararvi da eventuale temporale estivo o folate di vento non esattamente fresco;
- Se prendete farmaci salvavita, tenete in camera da letto un beauty-case con una confezione di quei farmaci. Aggiungeteci qualche prodotto di automedicazione (dell'aspirina, cerotti, un disinfettante, un paio di bende);
- Tenete a portata di mano una torcia, che sia sempre ben carica, funzionante e possibilmente che faccia più luce di un portachiavi con led...
- Procuratevi e tenete sottomano una piccola radio portatile a pilette (le trovate in qualsiasi negozio di cineserie sottocasa, addirittura ce ne sono alcune che vanno "a manovella": si gira la manovella per dieci minuti e si ascolta la radio per un'oretta). Vero è che parecchi cellulari hanno anche la possibilità di ricevere la radio, ma penso che vi convenga conservare la carica della batteria del cellulare per telefonare (sempre se non si spegne la rete di telefonia mobile);
- Tenete delle bottiglie d'acqua da mezzo litro a portata di mano, e tenete una tanica da cinque-dieci litri d'acqua (per lavarsi le mani, non da bere!) sempre in macchina;
E non pensate che quando c'è un'esercitazione, avviene perché si aspetta qualcosa: il massimo che ci si può aspettare è il maltempo, ma quando c'è l'allerta meteo, non c'è il tempo di mettersi a giocare con le esercitazioni...
